Alive Universe Images http://aliveuniverseimages.com Sun, 17 May 2015 06:00:51 +0200 Joomla! - Open Source Content Management it-it Marte: metano sì, metano no... la saga continua http://aliveuniverseimages.com/speciale-missioni/marte/rover/msl-curiosity/1407-marte-metano-si-metano-no-la-saga-continua http://aliveuniverseimages.com/speciale-missioni/marte/rover/msl-curiosity/1407-marte-metano-si-metano-no-la-saga-continua Curiosity MAHLI sol 868 autoritratto

Il rover aveva rilevato metano per quattro volte nell'arco di due mesi nel 2013 ed il team aveva atteso più di un anno, per escludere eventuali anomalie, prima di annunciare i risultati all'American Geophysical Union a dicembre 2014. Poco dopo, un ulteriore documento, basato sui dati del sol 605, fu pubblicato sulla rivista Science. Tutto, quindi, lasciava ben sperare: Marte poteva essere considerato finalmente, in qualche modo, un pianeta ancora vivo. Il metano, infatti, non sarebbe necessariamente legato a processi biologici ma potrebbe indicare anche un qualche tipo di attività geologica. Eppure, alcuni ricercatori sono rimasti scettici. Come Kevin Zahnle, scienziato dell'Ames Researcher Center della NASA che ha espresso i suoi dubbi il mese scorso in occasione di un seminario indetto dall'Astrobiology Institute della NASA.

"Sono convinto che il metano sia stato effettivamente rilevato", ha detto, "ma sto pensando che possa provenire dal rover".

Zahnle non è nuovo alle critiche: intervenne anche nel 2003 / 2004 quando pennacchi di metano furono rilevati dai telescopi terrestri e dalle sonde in orbita. Secondo lo scienziato il rover, che ha immagazzinato concentrazioni di metano terrestre 1.000 volte superiori rispetto a quelle presumibilmente trovare nell'atmosfera di Marte, potrebbe condurre facilmente fuori strada. Zahnle fa riferimento ai primi sol di missione, quando dopo l'atterraggio nel cratere Gale, il team si rese conto che il Tunable Laser Spectrometer (TLS) emanava letture insolite perché mentre Curiosity era pronto sulla rampa di lancio, una bocchetta aveva lasciato entrare un po' di aria della California. Riscontrato il problema, prontamente l'aria "aliena" (cioè la nostra!) fu pompata fuori ma ne fu mantenuta una piccola quantità in un'anticamera, da utilizzare per la calibrazione.

La squadra di Curiosity insiste, però, che questa fonte di metano è ormai ben nota e non ha interferito con i risultati:
"Stiamo monitorando continuamente tale quantità di metano e non vi è prova di eventuali perdite durante tutta la missione", ha affermato Chris Webster, ricercatore Jet Propulsion Laboratory della NASA. "E se è vero che la concentrazione di metano in quella camera è 1.000 volte superiore a quella nell'atmosfera di Marte, il confronto è effettivamente fuorviante".
"Bisogna guardare la quantità di metano, non la concentrazione", ha spiegato.
"La concentrazione di metano nel rover può sembrare alta ma la quantità è in realtà molto poca perché la camera è molto piccola. Per produrre la quantità di metano rilevata nell'atmosfera di Marte, ci vorrebbe una bombola di gas puro e semplicemente non l'abbiamo a bordo", ha aggiunto.

Ma Zahnle sostiene che così come è accaduto per quella bocchetta birichina, l'aria terrestre si sarebbe potuta infiltrare in altre parti del rover.
"Escludere completamente il rover come causa è una cosa difficile da fare", ha detto.

Chris McKay, ricercatore dell'Ames e co-autore, insieme a Webster, dello studio pubblicato a gennaio su Science, ritiene che le preoccupazioni di Zanhle siano valide.
"Penso che la possibilità di una fonte di metano a bordo dovrebbe essere ancora considerata fino a prova contraria", ha detto.

Ma Paul Mahaffy ricercatore principale Sample Analysis at Mars (SAM), dubita che la fonte del metano possa essere il rover.
"Sembra improbabile che, dopo più di un anno sulla superficie di Marte, il rover inizi a rilasciare metano per 60 giorni per poi sparire", ha spiegato. "Il metano è un gas molto volatile e qualsiasi residuo portato su Marte dovrebbe essere ormai lontano".

"Ci sono alcune aree che sono sigillate", ha aggiunto Webster, "e potrebbero in teoria essere una fonte se vi era entrato del metano che poi ha trovato la strada per uscire. Ma abbiamo controllato e non abbiamo trovato nulla".

Adesso non ci resta che attendere perché Curiosity si sta preparando a prendere nuove misurazioni fino alla fine di quest'anno e, dato che il metano era stato rilevato circa un anno marziano fa, "se torna nello stesso periodo, allora c'è qualcosa di stagionale che lo produce", ha aggiunto Webster. "Sarebbe una scoperta enorme che metterebbe a tacere ogni dubbio sul rover".

Ne frattempo McKay sta esplorando un'altra possibilità e cioè il fatto che un meteorite potrebbe aver recentemente colpito la superficie del pianeta in prossimità del rover, dato che le meteoriti carbonacee contengono una piccola quantità di materiale organico che può sprigionare pennacchi di metano quando i legami vengono rotti dalla radiazione ultravioletta.

Finora, dall'indagine sulle immagini orbitali non è emerso alcun nuovo cratere in prossimità di Curiosity ma McKay ha anche notato che, a differenza dei meteoriti ferrosi, quelli carboniosi non lasciano crateri perché si disintegrano in atmosfera e cadono sotto forma di pioggia in piccoli frammenti organici. McKay, in collaborazione con altri esperti, perciò, sta cercando di determinare le dimensioni di un eventuale oggetto in grado di produrre il picco di metano rilevato.

In ogni caso, presto arriveranno i rinforzi: la nuova missione dell'Agenzia Spaziale Europea ExoMars Trace Gas Orbiter, prevista per il 2016, scandaglierà l'atmosfera alla ricerca del metano e di altri gas esotici.

In apertura, una nostra elaborazione dell'autoritratto di Curiosity del sol 868, disponibile in dimensioni originali sul nostro album di Flickr.

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[email protected] (Elisabetta Bonora) MSL - Curiosity Sat, 16 May 2015 09:19:59 +0200
Lo Spot 5 di Cerere nelle ultime immagini di Dawn http://aliveuniverseimages.com/speciale-missioni/sistema-solare/dawn/1406-lo-spot-5-di-cerere-nelle-ultime-immagini-di-dawn http://aliveuniverseimages.com/speciale-missioni/sistema-solare/dawn/1406-lo-spot-5-di-cerere-nelle-ultime-immagini-di-dawn Questa immagini fa parte di una sequenza ripresa il 4 maggio 2015, da una distanza di 13.600 km.

Questa caratteristica, che da una distanza di 46.000 chilometri, durante la RC2, sembrava formata solo da due punti luminosi e per questo fu ribattezzata "Doppia Macchia Bianca", nelle recenti foto, con una risoluzione di 1,3 chilometri per pixel, appare piuttosto come un insieme di spot chiari.

Le ultime misure spettrali mostrano che i punti luminosi sono "materiale altamente riflettente" con "uno spettro simile a quello previsto per il ghiaccio", ha detto Chris Russell, ricercatore principale della missione presso l'Università della California a Los Angeles, ad AmericaSpace, in un articolo scritto da Ken Kremer.

La loro natura e storia, tuttavia, è ancora sconosciuta.

Lo Spot 5 si trova al centro di un cratere di 92 chilometri di diametro nell'emisfero settentrionale di Cerere ma il pianeta nano di macchie bianche ne sfoggia diverse, almeno dieci o forse più.

Oltre che interessare gli scienziati, queste curiose caratteristiche stanno facendo discutere molto anche gli appassionati. Ad esempio, c'è una bella discussione in corso sul forum americano unmannedspaceflight.com ed anche noi abbiamo provato ad estrapolare qualche dettaglio e considerazione.

Gli ultimi 55 frame rilasciati, ripresi il 4 maggio da una distanza di 13.600 chilometri, non sono ancora così definiti ma iniziano ad essere abbastanza interessanti, soprattutto perché mostrano una rotazione quasi completa del corpo, con lo Spot 5 che sorge e tramonta all'interno del periodo di osservazione.

NASA Dawn: Cerere 4 maggio 2015

Credit: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

Ciò offre una grande opportunità perché il cratere può essere osservato da diverse angolazioni, come nelle animazioni qui sotto che mostrano rispettivamente i dettagli dell'alba e del tramonto dello Spot 5.

Cerere Spot 5 Cerere: Spot 5

Credit: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA. Processing: Marco Di Lorenzo/Ken Kremer

Questo complesso di punti luminosi è evidentemente diverso man mano che il corpo ruota e l'incidenza della luce solare diventa più diretta ma a questa risoluzione è ancora difficile definire la sua forma reale. Addirittura, se guardate attentamente il momento in cui sorge, la macchia principale appare inizialmente sdoppiata. Sarà realmente così o si tratta solo di un effetto ottico dovuto all'illuminazione e/o all'angolo di visuale?

Cerere: Spot 5 strip

Credit: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA / Elisabetta Bonora

Cerere: Spot 5 dettaglio

Credit: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA / Elisabetta Bonora

Anche se ancora siamo troppo distanti perché la topografia possa essere ben percepita, sembra che le patch luminose non facciano parte del pavimento piano del cratere ma piuttosto siano distribuite su dei piccoli rilievi (piani inclinati) al suo interno. Ciò fa pensare che potrebbe trattarsi di materiale depositato o esposto ma con un meccanismo diverso da quello che siamo abituati a vedere su Marte, dove gli impatti scalzano lo strato polveroso superficiale, portando alla luce il ghiaccio sottostante.

Di seguito, abbiamo provato a creare due anaglifi per avere un'idea di tridimensionalità, anche se ancora la topografia non è così definita.

Cerere: Spot 5 anaglifo

Cerere: Spot 5 anaglifo

Credit: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA / Elisabetta Bonora & Marco Faccin

D'altra parte, benché l'ipotesi "ghiaccio" al momento è la migliore, lo stesso Russel ha affermato: "i punti sembrano essere più riflettenti di quanto ci aspetta per il ghiaccio". Così, come è normale che sia, teorie alternative iniziano ad affiancarsi all'idea principale, come quella del Dr. Tom McCord del Bear Fight Institute con sede a Winthrop, Washington, co-ricercatore per la missione Dawn, che crede possa trattarsi di sale. Poiché Cerere è un corpo differenziato, con un nucleo roccioso, un mantello di ghiaccio d'acqua e una crosta impolverata, McCord ritiene che depositi di sale possano accumularsi intorno ai camini vulcanici attraverso i quali l'acqua può risalire.

Cerere: Spot 5

Qui sopra un dettaglio elaborato dello Spot 5.
La zona raffigurata abbraccia una regione larga circa 110 km, è stata ingrandita di 3 volte (interpolazione cubica) e processata con opportuna maschera di contrasto per evidenziare i dettagli più fini del terreno all'interno del cratere. Successivamente sono state aggiunte le due macchie bianche (altrimenti sovraesposte dopo il processamento).
Credit: NASA / JPL-Caltech / UCLA / MPS / DLR / IDA. Elaborazione aggiuntiva: Marco Di Lorenzo / Ken Kremer

Ora, Dawn ha appena completato la sua prima orbita di mappatura RC3.

"Finora abbiamo ottenuto circa 2.500 immagini e circa 2 milioni di spettri", ha detto il Dr. Marc Rayman, capo missione presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA, Pasadena, in California.

Il 9 maggio, la sonda ha acceso nuovamente i motori per iniziare la discesa verso la sua seconda orbita. Nota come Survey, il 6 giugno porterà la navicella alla distanza media di 4.425 chilometri dalla superficie di Cerere, circa tre volte più vicino rispetto alla RC3 (potete seguire i cambiamenti orbitali nel post sempre aggiornato di Marco Di Lorenzo). Durante questa fase, che durerà tre settimane, Dawn compirà un'orbita completa intorno a Cerere ogni tre giorni circa ma ci sarà un grande cambiamento nelle immagini. A partire dalla prossima fase, infatti, il pianeta nano non entrerà più per intero nel campo visivo della Framing Camera.

"D'ora in poi, Cerere sarà più grande del campo visivo della telecamera. Come per Vesta, costruiremo mappe ad alta risoluzione partendo da aree più piccole", ha spiegato Rayman.

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[email protected] (Elisabetta Bonora) Dawn Fri, 15 May 2015 20:32:00 +0200
Kepler osserva Nettuno e le sue lune http://aliveuniverseimages.com/flash-news/spazio-astronomia/1403-kepler-osserva-nettuno-e-le-sue-lune http://aliveuniverseimages.com/flash-news/spazio-astronomia/1403-kepler-osserva-nettuno-e-le-sue-lune Kepler osserva Nettuno e le sue lune

Il numero dei giorni di osservazione corre in alto a destra inquesto video.
Nettuno appare da sinistra al quindicesimo giorno, in compagnia della sua luna più grande, Tritone, che orbita intorno al pianeta in 5,8 giorni. Sempre da sinistra, al ventiquattresimo giorno, spunta anche Nereide, la terza luna di Nettuno per grandezza che ha un'orbita molto più lenta ed impiega 360 giorni per compiere un giro attorno a Nettuno. Sullo sfondo c'è qualche asteroide che viaggia in rapido movimento, mentre i punti rossi sono le stelle che generalmente Kepler esamina alla ricerca di un transito di un pianeta extrasolare.

Nettuno appare molto luminoso e sovraesposto perché la sua atmosfera riflette la luce del Sole.
Intorno al giorno 42, noterete qualcosa di strano nel suo moto apparente: il pianeta sembra fermarsi per un attimo e poi tornare indietro. Ciò è dovuto ad un effetto geometrico di "parallasse" legato all'orbita circolare di 372 giorni del telescopio Kepler intorno al Sole. Se si guarda, infatti, un oggetto molto distante, come il campo stellato sullo sfondo di queste riprese, e si muove lateralmente la testa, gli oggetti più vicini a noi sembreranno spostarsi anch'essi a destra e sinistra rispetto allo sfondo statico di stelle. Un effetto analogo produce gli "epicicli" nel moto apparente dei pianeti esterni visti da Terra, mentre questa ruota attorno al Sole.

Ora, un team internazionale di astronomi ha intenzione di utilizzare i dati di queste osservazioni per sondare la struttura interna di Nettuno, basandosi sulle deboli fluttuazioni di luce che solo Kepler può rilevare.

Il programma K2 (Kepler-2), ufficialmente iniziato a maggio 2014, è un'ambiziosa soluzione proposta dal team nel 2013 per continuare a sfruttare le grandi capacità di questo telescopio, nonostante la missione fosse stata dichiarata conclusa l'11 maggio 2013 a seguito di alcuni problemi di puntamento dovuti alle ruote di reazione. A febbraio 2014, durante la fase di test, K2 diede già i suoi frutti con la scoperta di un nuovo pianeta extrasolare candidato, HIP 116454b, successivamente confermato dal Telescopio Nazionale Galileo alle Canarie.

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[email protected] (Elisabetta Bonora) Spazio & Astronomia Fri, 15 May 2015 06:22:34 +0200
Foto di famiglia http://aliveuniverseimages.com/speciale-missioni/sistema-solare/new-horizons/1401-foto-di-famiglia http://aliveuniverseimages.com/speciale-missioni/sistema-solare/new-horizons/1401-foto-di-famiglia Il sistema di Plutone ripreso da New Horizons (vedere sotto per la versione animata)

Si tratta di una foto di famiglia al completo - o almeno una foto dei membri della famiglia che conosciamo già. Per la prima volta, la sonda spaziale americana ha fotografato Cerbero (Kerberos) e Stige (Styx) - la più piccola e più debole delle cinque lune conosciute di Plutone. In precedenza, New Horizons aveva riconosciuto la luna principale (o meglio, il compagno, essendo in realtà l'altro componente di un doppio pianeta nano) Caronte nel luglio 2013; un anno dopo toccò alla più grande delle lune minori, Idra e nel gennaio scorso fu fotografata anche Notte (Nix).

Adesso che mancano solo 2 mesi allo storico Fly-by, comincia la parte più affascinante della missione: nei prossimi giorni, New Horizons inizierà la sua prima ricerca di nuove lune o anelli che potrebbero costituire anche una possibile minaccia per la sonda nel suo passaggio attraverso il sistema di Plutone. Le immagini del debole Styx consentiranno al team di ricerca di affinare le tecniche che verranno utilizzare per analizzare i dati, spingendo i limiti di sensibilità ancora più in profondità. Kerberos e Styx sono stati scoperti nel 2011 e 2012, rispettivamente, dai membri del team di New Horizons utilizzando il telescopio spaziale Hubble. Styx, girando Plutone ogni 20 giorni tra le orbite di Caronte e Nix, misura probabilmente solo 7-21 chilometri di diametro e Kerberos, in orbita tra il Nix e Hydra con un periodo di 32 giorni, è grande 10-30 km. Ciascuno di essi è 20-30 volte più debole di Nix e Hydra.

nh styx kerberos loop anime

Le immagini di rilevamento Kerberos e Styx mostrate qui sono state scattate con la fotocamera più sensibile di New Horizon, la "Long Range Reconnaissance Imager" (LORRI), dal 25 aprile al 1 Maggio. Ogni frame è costituito da cinque esposizioni di 10 secondi che sono state sommate insieme per fare l'immagine nel riquadro di sinistra. Le immagini sono state poi ampiamente elaborate per ridurre il riverbero luminoso di Plutone e Caronte e rimuovere buona parte del denso campo stellare sullo sfondo (immagini al centro e a destra). Questo rivela i deboli satelliti, le cui posizioni e le orbite - insieme a quelle delle lune più luminose Nix e Hydra - sono dati nel pannello di destra. Nei 6 giorni in cui è stata ripresa l'intera sequenza, NewHorizons si è avvicinata di circa 7 milioni di km a Plutone, passando da 95 a 88 milioni di km (per i valori aggiornati di distanza si veda il nostro Mission Log).

"Rilevare queste piccole lune da una distanza di oltre 55 milioni di miglia è incredibile, un ringraziamento va al team che ha costruito la nostra macchina fotografica a lungo raggio LORRI e la squadra di John Spencer dei «cacciatori di lune e anelli»" ha aggiunto Alan Stern, New Horizons Principal Investigator del Southwest Research Institute. Kerberos è visibile in tutte le immagini, anche se è parzialmente oscurato nella seconda immagine. Styx non è visibile nella prima immagine, solo in quelle successive; il 25 aprile fu oscurata da artefatti elettronici nella fotocamera - le strisce bianche e nere che si estendono a destra delle immagini estremamente sovraesposte di Plutone e Charon nel centro del collage. Questi artefatti puntano in direzioni diverse, in diverse immagini a causa dell'orientamento variare della navicella. Sebbene Styx e Kerberos sono più visibili in alcuni frames, forse a causa di fluttuazioni di luminosità mentre ruotano sul loro asse, la loro identità è confermata dalle loro posizioni essendo esattamente dove sono previsti per essere (nel centro dei cerchi nel riquadro di destra)

Riferimenti:
- http://www.nasa.gov/image-feature/nasa-s-new-horizons-spots-pluto-s-faintest-known-moons

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[email protected] (Marco Di Lorenzo (DILO)) New Horizons Wed, 13 May 2015 21:51:26 +0200
Europa potrebbe avere... una crosta salata! http://aliveuniverseimages.com/flash-news/spazio-astronomia/1399-europa-potrebbe-avere-una-crosta-salata http://aliveuniverseimages.com/flash-news/spazio-astronomia/1399-europa-potrebbe-avere-una-crosta-salata Europa ripresa dalla sonda della NASA Galileo nel 1990.

"Abbiamo molte domande su Europa, la più importante e difficile è: c'è vita? Ecco perché ricerche come questa sono importanti, perché possono chiarire definitivamente se Europa è abitabile", ha detto Curt Niebur, scienziato del programma Outer Planets Program presso la sede della NASA a Washington.

Per più di un decennio gli scienziati hanno cercato di capire la natura del materiale scuro che ricopre le lunghe fratture lineari che corrono sulla superficie della luna. Associato a terreni giovani, si riteneva che potesse provenire dall'interno ma con i pochi dati a disposizione, la sua composizione è rimasta fino ad oggi un mistero.

Una certezza è che Europa è immersa nella radiazione creata dall'enorme campo magnetico di Giove. Elettroni e ioni collidono sulla sua superficie con la stessa intensità propria di un acceleratore di particelle. Alcune teorie, perciò, ritenevano che il materiale scuro facesse parte di un processo dovuto a questa radiazione. Precedenti studi, invece, basati sui dati della sonda Galileo e quelli rilevati dai telescopi, ritenevano che fosse un composto contenente zolfo e magnesio.

Ora, però, Kevin Hand, autore principale dello studio, e Robert Carlson, entrambi del JPL, hanno simulato una patch della superficie di Europa in laboratorio, quella che il team stesso ha soprannominato "Europa in barattolo" ("Europa-in-a-can"), per testare le possibili sostanze candidate. Per ogni materiale hanno raccolto i relativi spettri, ossia la loro impronta chimica codificata nella luce riflessa.

Europa-in-a-can

Europa-in-a-can - Credits: NASA/JPL-Caltech

"I parametri impostati in laboratorio imitano le condizioni sulla superficie di Europa in termini di temperatura, pressione e esposizione alle radiazioni", ha detto Hand. "Gli spettri di questi materiali possono essere confrontati con quelli raccolti dai veicoli spaziali e dai telescopi", ha spiegato.

Nella camera sotto vuoto, alla temperatura di -173 gradi Celsius, la squadra ha testato campioni di sale comune (cloruro di sodio), insieme con miscele di sale e acqua, il tutto bombardato con un fascio di elettroni per simulare l'intensa radiazione sulla superficie della luna.
Dopo poche decine di ore di esposizione a questo ambiente estremo, che corrispondono ad un secolo su Europa, i campioni di sale, inizialmente bianchi come quello che usiamo in cucina, avevano assunto un colore un colore giallo-marrone, proprio come quello che riveste le fratture della luna, mostrando una forte somiglianza con gli spettri ripresi dalla missione Galileo.

Un campione di sale all'interno di una camera di prova JPL.

Un campione di sale all'interno di una camera di prova JPL
Credits: NASA/JPL-Caltech

Dopo decine di ore di esposizione a condizioni simili a quelle sulla superficie di Europa, i campioni di cloruro di sodio hanno assunto un colore bruno-giallastro.

Dopo decine di ore di esposizione a condizioni simili a quelle sulla superficie di Europa, i campioni di cloruro di sodio hanno assunto un colore bruno-giallastro.
Credits: NASA / JPL-Caltech

La squadra ha anche notato che più il sale veniva esposto a radiazioni e più scuro era il colore risultante. Questo dato potrebbe perciò essere utilizzato per datare le caratteristiche geologiche della luna.

Un campione di sale di colore marrone dopo una lunga esposizione a radiazioni.

Un campione di sale di colore marrone dopo una lunga esposizione a radiazioni.
Credits: NASA / JPL-Caltech

Lo studio è stato accettato per la pubblicazione dalla rivista Geophysical Research Letters.

Europa's surface color suggests an ocean rich with sodium chloride [abstract]

The composition of Europa's surface may be representative of the subsurface ocean, however, considerable debate persists regarding the endogenous or exogenous nature of a hydrated sulfate feature on Europa. Direct evidence of oceanic salts on Europa's surface has been largely inconclusive. We show that the observed color within geologically young features on Europa's surface can be explained by sodium chloride delivered from the ocean below. We find that sodium chloride, when exposed to Europa surface conditions, accumulates electrons in F- and M-centers, yielding a yellow-brown discoloration comparable to Europa's surface. Irradiation of sodium chloride from Europa's ocean thus provides a simple and elegant solution to the color of the non-ice material observed on Europa. This evidence for endogenous salts suggests that Europa's ocean is interacting with a silicate seafloor, a critical consideration for assessing habitability.

Press release:
- http://www.nasa.gov/press-release/nasa-research-reveals-europas-mystery-dark-material-could-be-sea-salt

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[email protected] (Elisabetta Bonora) Spazio & Astronomia Tue, 12 May 2015 20:36:13 +0200